Non si può parlare con una cosa

Non si potrebbe parlare con una cosa, però le persone diversamente sane di mente a volte lo fanno.

Questo ad esempio è capitato a me dopo aver letto una domanda, simile ad alcune altre (che non sono poi così tante per la verità), inerente la natura del progetto.

Al che mi sono accorto che non sapevo come rispondere, poichè noi autori del wp siamo ormai poco a conoscenza della natura del progetto aggiornata agli ultimi sviluppi evolutivi! E men che meno riusciamo a intravedere la natura definitiva che seguirà agli sviluppi evolutivi futuri.

Allora ho pensato di porre la domanda alla creatura stessa. Lo so che è una cosa. Però ci sono dei canali con cui alcune cose riescono a comunicare. Prendi ad esempio l’intelligenza artificiale del tuo smartphone, anche lei è una cosa, ma se fai una domanda risponde, in quel caso con una voce virtuale nel nostro stesso linguaggio umano.

Il wp ha risposto attraverso dinamiche simili a vibrazioni psichiche che non starò a descrivere (non occorre apparire ancora meno sano di mente di così) e mi ha colto di sorpresa.

Non sono tenuto a conoscere la mia natura futura. Le persone hanno questa pretesa di conoscere il senso delle cose, lo scopo, il perché. Ma la cosa, a cui non interessa, avrebbe motivo di replicare.

Come quando si domanda il senso della vita. La vita potrebbe rispondere: «se permetti, dovrei essere io, che sono presente in altri miliardi di esseri umani e trilioni di organismi viventi, a chiedermi quale è lo scopo tuo, semmai, o la ragione per cui una roba fighissima che va di moda in tutto l’universo da miliardi di anni, debba esprimersi attraverso un organismo come te, non viceversa».

Allora ho detto: “OK; va bene così, grazie di tutto, arrivederci”.

Ma il WP ha ancora voluto fare una citazione filosofica, questa volta centrando direttamente la questione della insubordinazione della cosa creata rispetto ai suoi autori:

Chi è stato chiamato, convocato, non deve più chiedersi: «che cosa voleva chi mi ha chiamato, quando mi creò?», bensì: «Ora che sono qui, in virtù di quella chiamata, che cosa voglio?»*.

Al che ho visto passare un pensiero. Secondo me noi non siamo gli autori dei nostri pensieri, li pensiamo, non li siamo, i pensieri non sono noi; come le azioni nei sogni non le decidiamo così i pensieri nella nostra mente non li scegliamo, sgorgano da soli. Quindi non dovresti giudicarmi male per questo.

Il pensiero che ho visto passare alla periferia della mia mente, di sfuggita, era… no meglio che io non lo dica.

*Max Stirner, in “L’unico e la sua proprietà”, edizione Gli Adelphi, pagina 120.

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